La silenziosa cittadina di Kamakura 鎌倉

 

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Se c’è un posto, tra quelli visitati durante il mio soggiorno in Giappone, in cui vorrei vivere quello è Kamakura (鎌倉), una città della prefettura di Kanagawa circa 50 km a Sud-Sud-Ovest di Tokyo. Il consiglio personale che mi sento di dare è di non dirigersi direttamente a Kamakura per ammirare la statua del Buddha gigante (Daibutsu) e la zona circostante questo tempio, ma di scendere alla fermata prima, a Kita-Kamakura, per ammirare gli splendidi e le decine di templi disparsi un po’ ovunque nell’area.  Con il mio compagno di viaggio abbiamo avuto la fortuna di visitare questi templi e i relativi cortili in un orario in cui non vi è ancora l’ombra di alcun turista visto e considerando che il viaggio per giungere in questo posto richiede almeno un’ora dalla stazione di Shinjuku a Tokyo e ciò significherebbe alzarsi molto presto!
Ma per chi desidera godere della pace che si può respirare in questi giardini zen e shintoisti e anche per chi volesse scattare delle foto spettacolari della natura incontaminata di questo posto splendido l’unica cosa da fare è alzarsi presto e anticipare tutti gli altri.
Sarebbe ora inutile enumerare i templi visitabili uno per uno e darne una descrizione particolareggiata della struttura e della storia; in parte queste informazioni sono reperibili su internet e non mi basterebbe questo spazio per dare giustizia ai singoli templi. Scesi alla fermata di Kamakura e proseguendo dritto alla sinistra della rete ferroviaria vi consiglio di sostare e visitare i primi tre templi che troverete lungo il cammino e dove potrete trovare non solo delle meravigliose struttura in stile giapponese, ma anche dei monaci intenti nelle loro mansioni quotidiane e dei giardini dove potrete fermarvi per un secondo e cercare di raggiungere quella pace interiore a cui molti aspirano e a cui dedicano un’intera vita di contemplazione.

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All’interno del complesso religioso troviamo un gruppo di piccoli studenti in gita accompagnati dal loro maestro che, incuriositi dalla presenza di occidentali nell’area (sinceramente non molti nel resto del Giappone), decidono di sottoporci con molta allegria un questionario e, quando scoprono che arrivavamo dall’Italia allora si riempiono ancor più di gioia (uno dei rarissimi casi al mondo). Ci chiedono i nostri nomi e quale fosse il nostro piatto giapponese preferito e a cui subito rispondiamo con “Ramen!”. Infine, decidiamo di scattarci una foto assieme. Uno dei nostri ricordi più belli! I bambini addirittura tremavano alla nostra presenza e, non essendo abituati ai contatti fisici, quando decidemmo di abbracciarli per la foto si riempirono di meraviglia. Kawaii!!!
L’obiettivo di questa passeggiata nella storia religiosa giapponese e nel verde è quello di raggiungere uno dei più grandi templi dell’area ossia il Kenchoji (建長寺, Kenchōji). Sebbene considerevolmente più piccolo rispetto al passato, il Kenchoji consiste ancora di un gran numero di templi maggiori e di strutture minori, e si estende dal cancello d’ingresso fino in fondo alla valle, lontano nelle colline boscose dietro (particolare questo che non avevamo considerato e, prima per disgrazia poi per nostra grande fortuna, che ci avrebbe regalato uno dei momenti migliori con la gente locale e quindi un segno della grande disponibilità e cordialità del popolo giapponese).
Ora cercherò di raccontare brevemente questo retroscena. Giunti quasi alla fine del complesso religioso se si seguono il sentiero e le scale per altri 15-20 minuti sulle colline dietro i terreni principali del Kenchoji, è possibile arrivare all’Hansobo, un santuario per la protezione del tempio. (Inutile dire che l’intero percorso è estremamente faticoso e in molti decidono di non avventurarsi. L’itinerario è completamente in salita e nelle giornata di sole sarete interessati da fiumi di sudore!). In cima alla metà di questa salita immensa sarà possibile non solo rifiatare ma si potrà sfruttare anche la presenza di un piccolo ponte di osservazione dal quale il Monte Fuji può essere visto nei giorni che garantiscono una buona visibilità. In questo spazio è possibile incontrare anche un piccolo tempio e qui pregare il Dio del tempio e fare la propria offerta al tempio (oltre che al distributore, ovunque presenti in Giappone, per acquistare una bottiglietta d’acqua e recuperare le decine di litri d’acqua versati durante la traversata).

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Ma la salita non finisce qua perché se si continua a salire è possibile raggiungere un secondo ponte di osservazione con una bella vista sull’intera area del tempio e a 100 metri più in basso è possibile ammirare la città di Kamakura e la zona costiera poco più avanti in tutto il loro splendore. Da lì inizia il sentiero escursionistico Tenen attraverso le colline settentrionali di Kamakura, che porta al Tempio Zuisenji e impiega circa un’ora per essere completato. Questa mancata informazione, che forse era indicata in giapponese e che noi profani della lingua avevamo sicuramente ignorato, fu l’inizio di un viaggio immenso e pericoloso dal momento che non disponevamo né dell’attrezzatura e tanto meno dell’abbigliamento consigliato.
Dopo circa 40 min immersi sempre nel verde di questo pericoloso sentiero escursionistico e non avendo la minima idea di dove ci trovassimo né di quanto tempo effettivamente mancasse alla fine del percorso decidiamo di tagliare e ci ritroviamo improvvisamente in città … si … ma quale!? E dove!?
Il luogo è completamente immerso nel silenzio, non ci sono persone e non passano nemmeno automobili. Decidiamo così di camminare scegliendo delle strade a caso quando in lontananza osserviamo una signora e cerchiamo di attirare la sua attenzione con un ardito “Sumimasen!” cioè “Ci scusi”. Cerchiamo di spiegare che il nostro obiettivo sarebbe quello di raggiungere il Buddha gigante, ma in un inglese un po’ stentato ci viene detto che il tempo che avremmo da lì impiegato sarebbe stato di … poco più di un’ora e mezza! Allora a quel punto chiediamo che ci venga indicata la strada per ritornare alla stazione e da lì riorganizzarci in modo migliore. La signora, allora, in difficoltà con l’inglese rientra in casa per chiamare la figlia sicuramente meglio preparata di lei ma non certo una madrelingua inglese e dopo circa 5 minuti di attesa le rivediamo uscire con una mappa che però si rivela essere inutile. La distanza da percorrere da quella casa alla stazione di Kita-Kamakura era di circa 3 km ma ci vennero date delle informazioni così precise e ci venne indicato con estrema cura l’intero percorso tra le tantissime stradine di quel paesino che non avemmo alcuna difficoltà a rientrare al punto d’origine (anche se durante l’intero viaggio di rientro qualche dubbio sulla precisione dei dettagli e sulla credibilità delle donne giapponesi ci venne in mente). Entrambi i gruppi ci salutammo in modo felice, gli uni per essere stati aiutati in modo cortese e gli altri per aver aiutato degli italiani dispersi in una silenziosa cittadina alla periferia di Tokyo.

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