Il principio di ogni ricerca interiore

 mde

Come ci si può intendere se nelle parole che io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me, mentre chi le ascolta inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli ha dentro? scriveva Pirandello.

Sono un morto che cammina. Che senso ha tutto questo? Non lo so. Dicono che ognuno abbia un’anima, a me pare di no. Cosa voglio? Non lo so o forse lo so troppo bene e faccio finta di nulla percorrendo ogni volta la strada sbagliata. Chi voglio ingannare… Provo a scrivere nella speranza di liberarmi di qualcosa, ma cosa? Perché non riesco a controllarmi? Ad essere felice o contento solo per un attimo? Ci sono stati momenti belli, lo ammetto, ma la mia vita è talmente oscurata dalla tristezza che pare sia stata solo noia e dolore. Il tempo intanto passa e cosa ho concluso? Niente.  Vago come una preda in un deserto caldo, pronto ad essere divorato da un predatore o a soccombere per l’ambiente ostile.

Vorrei essere una piuma. Come mi piacerebbe volare, non essere padrone della mia vita, non avere una meta ed essere sbalzato qua e là, visitando ogni giorno un posto differente. Sarebbe bello essere liberi, almeno per un giorno, ma perché devo aspettare quel fatidico giorno? La mia tortura è fin troppo crudele, meglio sarebbe non essere nati. Che senso ha la vita se non si è felici? Non voglio nulla da questa società anzi si potrebbe dire che sia lei la causa della mia distruzione. Vorrei essere leggero come un gabbiano e far vibrare le mie ali alla dolce brezza del mattino e invece mi sento come un leone in gabbia in attesa del successivo spettacolo. Cosa ho fatto per dover scontare tale pena? Dov’è la libertà. Cos’è l’amore? Mi sento come una statua, fin troppo fragile nella sua durezza, destinata a sgretolarsi a causa delle intemperie. Polvere e tanti granelli di sabbia che volano via destinati a confondersi con il tutto. Ormai ho perso tutto.

E’ bello quando si è bambini e si corre dalla mattina alla sera, si gioca, si ride, si litiga e si è contenti. Vi è un solo motivo per cui lo si fa, ed è la felicità. Si cade, si inciampa e ci si ferisce, esce del sangue e si è comunque contenti perché si è convinti di aver corso fino all’ultimo delle proprie forze. E ora? Cosa ci rimane? Quando si inizia a diventare adulti ci si accorge di una cosa, una cosa che ignoravamo da piccoli perché ci rendeva felici, ed è lo scorrere del tempo. Non si ha più tempo per essere felici e si inizia ad avvertire il peso della condanna. Questo corpo pesante, così imperfetto, così esigente, ci condanna ad un lento ed inesorabile cammino verso la fine. Il punto non è la morte, al contrario, è la vita e questa ci spinge ad interrogarci sul suo senso.

Non ho mai pianto per una ferita e ora piango mentre leggo le pagine di un libro, di un autore per me importante, con tono spento senza capire una singola parola. Sono cosciente di essere spento, di avere la testa in un altro posto, fuori da questo tempo. Sono come una candela in una stanza troppo fredda, non so quanto tempo mi rimanga, ma è certo che mi sto spegnendo. Non sto per esplodere, anche se a volte mi sembra sia così. L’esplosione si verifica quando c’è un condensato di energia che si accumula, si sprigiona e libera altra energia. Io non sprigiono energia, l’energia mi è stata prosciugata…

Sono vittima di un attacco violento e più mi ribello più rimango nel silenzio. Sono troppo debole o mi sfugge qualcosa? Quanta confusione. E così vago come un viandante di porta in porta, ricevendo insulti e sputi fin quando la morte mi accoglierà nel suo porto e forse li troverò qualcosa. La mia anima richiede altro e ogni giorno sbatte la testa contro queste mille prigioni e combatte contro la mia parte razionale, che proprio razionale non è. Cosa c’è di sbagliato in me? Chi sono? Cosa faccio? Cosa voglio? Perché questo corpo e non un altro? Questo tempo e non un altro? Perché non riesco a spezzare queste catene?

Con il passare del tempo ho imparato a conoscere le persone e ho capito che ogni uomo sulla faccia della Terra vaga senza una meta, senza uno scopo Siamo spiriti che non abbiamo accettato o compreso la vita. Il nostro trauma consiste nell’essere stati separati dall’Uno e così viviamo la nostra vita terrena ancorati, attaccati con tutte le nostre forze a quanto ci dà apparentemente sostegno come le droghe, la fama, la moda e le amicizie, la religione, la carriera. Non comprendiamo che il porto sicuro è dentro di noi; in noi risiede la verità, l’arcana conoscenza, il principio e la fine. Chi siamo? Non lo sappiamo, non vogliamo saperlo perché in fondo conosciamo la realtà e la temiamo, rabbrividiamo al solo pensiero e la fuggiamo. Siamo fumo, vapore, vento senza alcuna consistenza e senza alcuna importanza. Siamo fatti di sogni e di quelli viviamo.

Ho iniziato a piangere perché mi sono accorto che qualcosa di diverso stava leggendo oltre me, era come se qualcosa stesse leggendo ed una parte profonda di me stesso fosse tagliata completamente fuori dalla realtà del mondo. In quell’istante ho realizzato una sensazione di morte interiore e così, prendendo un foglio di carta ho iniziato a scrivere queste parole: “Io chi sono? Sono un morto che cammina…”. Questa è stata la prima reazione a quell’evento che ha risvegliato in me qualcosa di una natura diversa rispetto a quelle che avevo potuto sperimentare fino a quel momento.

Rivedendo quell’evento a cinque anni di distanza sembra quasi che qualche strano meccanismo esterno al mio mondo interiore abbia risvegliato un mondo tutto nuovo, come fossi uno strumento ad orologeria che al momento decisivo aziona l’effetto desiderato. Negli anni ho raccolto dati estremamente precisi su me stesso che mi hanno dato un’idea di chi o cosa realmente fossi. Chi o cosa… questo è un problema fondamentale. Ho fatto test cognitivi, raccolto dati astrologici e altri elementi che ogni volta descrivevano esattamente cosa io realmente fossi. Tutto ciò suscitava un sentimento di disagio e paura perché sembravano sapere meglio di me cosa io fossi poiché riflettevo in questo modo: “Tutti questi dati, queste descrizioni fisiche e psicologiche raccontano ciò che sono. Io sono realmente ciò che questi dati rivelano, ma come facevo a non saperlo o a ignorare tutto ciò?

Pur credendo di essere qualcuno o qualcosa, è soltanto adesso che, messo di fronte a questi dati come se fossero uno specchio, ho ottenuto per la prima volta il riflesso di me stesso… Io ignoravo tutto questo… Io… Io…” Esiste veramente un Io? Ogni volta che leggevo queste descrizioni la mia reazione era sempre la stessa. Mi sentivo una macchina, un processore, un insieme di funzioni che al momento appropriato sembravano eseguire perfettamente l’azione per le quali erano state pensate. Il fatto che un calcolo astrologico potesse spiegare ciò che sono incuteva un sentimento di inquietudine, non era solo una sensazione di giocare a carte scoperte, una sensazione di essere nudo al mondo e facilmente prevedibile e pensabile in termini di fattori astrologici-geometrici-psicologici, ma era un disagio più profondo che non sapevo descrivere. Sono un insieme di funzioni… questo era il mio incubo più grande. Pensavo di essere unico, speciale e originale e, in effetti, lo sono ma tutto ciò non era determinato da qualcosa che io, in modo autonomo, avevo potuto realizzare da me stesso con il passare del tempo. Cosa sono o chi sono? Questa domanda ha iniziato a prendere sempre più piede.

Io non esisto se non in quanto insieme di funzioni, sono un sistema di funzioni che agisce perfettamente come dovrebbe agire, così come una calcolatrice non può dare un risultato diverso alla stessa operazione. Tutto è prestabilito, tutto è predeterminato. Dov’è il margine di errore? Dov’è quel qualcosa che mi potrebbe consentire di pensare in questi termini “Io sono”? Cosa penso? Cosa faccio? Cosa dico? Ciò che penso è il frutto di una disposizione planetaria al momento della mia nascita e del momento attuale, ciò che faccio o non faccio è il risultato di un’influenza planetaria delineata nella mia carta natale e dell’azione della Luna, ciò che dico è il risultato di un insieme di certe disposizione psicologiche determinate da un insieme di idee preconfezionate e così nella mia vita tutto accade e niente viene realmente determinato da me. Io sono soltanto…una macchina!? Questa è la cruda realtà che mi si è infine presentata.

Quale responsabilità ho in tutto questo? Quale responsabilità hanno gli uomini in tutto ciò che accade nelle loro vite? Dov’è la mia originalità e dove la normalità degli altri? Ci uccidiamo ed è un pianeta a farlo, amiamo ed è un pianeta ad amare, scriviamo e pensiamo ed è un altro pianeta a farlo. Dove esiste l’uomo in tutto questo? L’uomo? Cosa è l’umanità? Ciò che chiamiamo uomo… i termini sono tutti sbagliati? Vocaboli, pensieri, azioni dov’è la validità di tutto ciò? Un insieme di funzioni e non sono altro, non siamo altro che macchine. Il pianeta è il pianista, i nostri organi sono i tasti e ciò che crediamo di fare, pensare, dire non è altro che la musica prodotta da certi movimenti planetari. Tutta la vita non è altro che uno spartito suonato da altro. Dov’è il libero arbitrio in tutto questo? Libero arbitrio? Esiste per una macchina? E’ solo un’immaginazione? Una gabbia? Un’illusione? L’uomo oggi sta cercando di creare delle macchine che siano in grado di parlare, scrivere e svolgere funzioni complesse come quelle di provare sentimenti e ridere. Programmi sempre più complessi non fanno altro che arricchire il modo di operare di una macchina in modo che sia in grado di eseguire anche certe espressioni facciali. Qual è sarà la distinzione tra l’uomo e la macchina? Sia l’uomo che l’I.A sono un insieme di funzioni, algoritmi e operazioni. La macchina funzionerà esattamente come dovrà funzionare, un’operazione le consentirà di ridere, leggere, scrivere e rispondere alle persone.

L’unica variabile in tutto questo discorso sembra essere una sola, l’anima. L’anima, qualcosa che rende la macchina capace di divenire qualcuno e smettere di essere qualcosa. L’anima, questa fonte di vitalità, sembra essere il margine di errore che cercavo e mi chiedevo all’inizio. Non siamo differenti dalle macchine, Input e output regolano il nostro funzionamento. Quando ci innamoriamo tutta una serie di sostanze chimiche si mettono in azione, sembriamo smemorati e avere la testa altrove, abbiamo quella sensazione di “farfalle nello stomaco”, non facciamo altro che pensare al nostro amato o alla nostra amata, al modo di conquistarla/o e piacerle/gli, ci comportiamo tutti allo stesso modo e da sempre. Ciò non ha mai suscitato un certo margine di dubbio?
Mai ho visto un innamorato comportarsi in modo estremamente razionale, calcolato, distante, freddo e per quanto uno possa essere un tipo estremamente intellettuale tutti siamo soggetti-oggetti dello stesso funzionamento, perché l’input è per tutti lo stesso, l’operazione è la medesima per tutte le macchine, l’algoritmo pensato e applicato allo stesso modo nella stessa situazione.

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