Rari momenti di oggettività interiore

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Quella che sto provando non è sofferenza utile, ma è il risultato di una vita che fin dall’inizio si è manifestata in modo indegno. Non bastasse tutto questo, devo sopportare anche quei vaghi sentimenti di predestinazione e di falso orgoglio che cercano di convincermi che ciò che subisco non sia il frutto di una mia debolezza intrinseca, ma il passaggio necessario a “qualcosa che verrà”. Qualsiasi cosa un uomo provi a fare o a pensare c’è sempre qualcosa che evita di vedere le cose in modo oggettivo. E’ terribilmente dura vedere di essere la più infima creatura dell’universo e poi ospitare un pensiero del tipo: “Si, ma … “ e tutte le possibili spiegazioni che la fantasia umana può essere in grado di elaborare. Quel “ti costerà”, per esempio, non fa altro che accrescere l’immaginazione e la vanità di me stesso. Quanto vorrei che fosse vero, ma cambiare il passato lavorando nel presente è dura. Più passa il tempo e più le possibilità diminuiscono e più aumenta il peso della vergogna e della certezza di essere destinati a morire come dei cani.

Se in queste occasioni sorgesse un sentimento autentico di trasformazione piuttosto che la solita auto-commiserazione forse, ad oggi, avrei ottenuto qualcosa, ma come può subentrare questo sentimento autentico se non sono in grado di sentire nulla? E’ difficile da spiegare non perché non ci siano le parole esatte, ma perché non sono in grado di descrivere un modo di percepire diverso da quello mentale. La constatazione della mia vacuità, il desiderio di trasformazione, la volontà di lavorare su me stesso per manifestarmi in modo cosciente, volontario e responsabile, la rabbia e la rassegnazione per il mio destino verosimilmente indirizzato alla scomparsa definitiva, tutto ciò è percepito solo a livello intellettuale e possiede la stessa consistenza dei pensieri: vanno e vengono, non possiedono quella forza tale da durare nel tempo. Credo che la mia sfida debba essere quella di percepire ad un livello di percezione diverso e più alto, ma come può uno come me, bloccato in se stesso, schiavo del suo corpo e dei suoi stessi desideri di natura diversa, lontano dalla grazia e dalla misericordia divina pensare o credere di poter accedere a questo nuovo mondo di percezioni?

Non ho la minima idea di cosa possa o debba fare e forse è anche perché non ci sono più possibilità per me… Probabilmente quel tempo in cui certe trasformazioni sono possibili per me è passato ovvero io stesso mi sono precluso tale possibilità a causa della mia condotta. Non sono degno di rivolgerti la mia attenzione, o mio Dio, ma perché non mi distruggi? Quale funzione o quale scopo io posso adempiere per te in queste condizioni? Sono lontano da te e sono lontano da me stesso, solo tu puoi ristabilire l’ordine nel mio caos interiore. Ti supplico, o Signore, perdonami e salvami. Io non ho la forza per poter far nulla e tu, se vuoi, puoi salvarmi o distruggermi. Mi tieni in pugno e solo tu puoi condurmi sulla retta via. Quanto devo sopportare ancora? Cosa intendi fare di me? Non sono degno di ricevere nulla da te, ma uno come me cos’altro potrebbe fare se non pregarti e chiedere il tuo perdono? Eppure mi riesce difficile anche questo a causa della mia vergogna verso di te. Ho compreso che la mia condotta è in grado di generare sofferenza al tuo corpo universale, ma non perché ti riguardi direttamente, ma perché per primo causo dolore a me stesso e, quindi, a te che risiedi in me. Tuttavia con la mia condotta rischio di allontanarti da me se non è già accaduto e l’unica cosa che mi resta da fare è piegarmi e sottomettermi alla tua volontà.

In alcuni brevi momenti di “consapevolezza” si riesce a percepire come la vita sia completamente interessata da uno stato di “non presenza”. E’ diverso da quello stato descritto in cui si dovrebbe percepire una moltitudine di io. Nella casa non c’è nessuno, né padrone, né servi: la casa è vuota e abbandonata a se stessa. E’ come se fosse stata costruita per essere abitata, eppure un tempo fu lasciata vuota e nessuno ha più preso luogo lì dentro. Solo qualche volta, qualche barbone o uomo della strada passa in quel posto per trascorrere la notte e di certo non se ne prende cura visto che la costruzione è in rovina, quasi dà l’impressione di poter crollare in qualsiasi momento su se stessa. Quella casa è vuota e disabitata, alla mercé di stranieri di passaggio.

Questa neutra e oggettiva realizzazione di sé non è in realtà il frutto di una consapevolezza derivante da uno stato di coscienza, poiché credo che quella sia uno stato di presenza che non è possibile descrivere dal momento che non si è provata, ma che forse è possibile immaginare in positivo rispetto allo stato di abbandono e di non presenza che a volte è possibile percepire per brevi istanti, come quando si osserva un paesaggio in movimento su di un treno. Desidererei morire in questo momento piuttosto che continuare a vivere in questo modo, sento sempre di più il distacco rispetto a questo corpo e a questi pensieri. Ciò che è stato Nicola fino ad oggi è stato solo morte, sofferenza e desolazione interiore. Più passa il tempo e più realizzo di non essere quello che all’esterno credono sia Nicola. Ciò che Nicola è diventato non ha nulla a che fare con quello che sarebbe potuto probabilmente diventare o con ciò che essenzialmente sono. Nicola non mi appartiene eppure è il corpo che mi è stato affidato, questa è la mia presunta identità. Io non sono Nicola, sono qualcos’altro che è relativamente recente e che ha fatto la sua comparsa circa a 18 anni. Io non so chi sono, ma quando Nicola si manifesta attraverso le sue qualità più basse, allora ho modo di percepire e di constatare di non essere Nicola stesso. Allora, chi sono? Questo corpo che mi è stato affidato è solo fonte di sofferenza e perdizione. Non ha alcun senso continuare in questo modo. Non posso fidarmi di Nicola e non comprendo cosa debba o possa fare per evitare certi stati interiori. Ho bisogno di aiuto e di qualcuno che possa spiegarmi qualcosa: da dove vengo? Perché tutto questo? Posso fare qualcosa? Questa esistenza è un tale fardello e non riesco a ricordare di non essere Nicola, non sono abbastanza forte per controllare Nicola e sono il prigioniero di questo corpo.

Ogni mattina ci alziamo per fare le solite cose di sempre. Ciò che farò oggi è identico a quello che ho fatto ieri, ciò che feci ieri è identico a quello che ho fatto il giorno prima e così a retrocedere in un loop infinito senza via d’uscita. Non si comprende che in un sistema del genere stesse cause determinano identici effetti e in una struttura del genere il cambiamento è impossibile, siamo sempre uguali a noi stessi, reagiamo sempre allo stesso modo poiché sempre vittime delle stesse influenze che dominano la nostra esistenza.

Ciascuno di noi tende a creare il suo proprio loop, una ripetizione costante di eventi, per cercare protezione e sicurezza. Chi la cerca nella monotona esistenza, chi nella diversità, eppure non si comprende che questo loop consiste sempre di ripetizioni. E’ estremamente naturale che per ciascuno di noi abbia molta importanza non tanto la forma quanto il contenuto del proprio loop al fine di ottenere il controllo e il falso sentimento di essere sicuri all’interno del proprio giardino in modo tale da non vedere più le cose per quelle che realmente sono, dimenticando di osservare non solo ciò che realmente ciascuno è, ma ignorando completamente l’essenza del mondo esterno.  Ognuno di noi si costruisce questo castello invisibile credendo di poter controllare se stesso e gli eventi della propria vita e non si rende conto che è solo un’illusione. L’uomo crede di poter fare qualcosa quando gli eventi semplicemente gli accadano senza che questi possa far nulla.

Io sono uno di quelli che cerca la sicurezza nella diversità dei fenomeni, la monotonia mi uccide. Perché accade questo? Perché non avverto sicurezza in un ambiente a me estraneo per caratteristiche a me intrinseche e sentendomi in pericolo non sono limitato dalle mie illusioni e lotto per sopravvivere. Nella ripetizione monotona delle cose posso osservare ciò che realmente sono e dal momento che non sono niente, vacuità e vanità sono le mie caratteristiche principali, – e questa è la verità che ciascun uomo tenta di fuggire poiché ne ha coscienza nel segreto del proprio cuore –  tento di cercare la salvezza nella dinamicità e diversità degli eventi che potrebbero potenzialmente interessarmi; eppure quanto più questi eventi diventano prevedibili più credo falsamente di poterli controllare, e così intervengo su di essi uniformandoli e rendendoli uguali tra loro fino a giungere in uno stato entropico d’esistenza. Nulla di interessante può mai accadere poiché la matrice degli eventi è sempre la stessa.

Ciascuno di noi crede di avere il controllo della propria misera vita e tenta, senza mai riuscirci, di influenzare le variabili della propria esistenza e non comprende che è invece necessario intervenire sulla costante che pian piano viene avvolta dalla coltre dell’illusione; con il tempo perdiamo la capacità di osservare i fenomeni per quelli che realmente sono, con il tempo perdiamo la capacità di manifestarci quali esseri coscienti entrando così in uno stato di assenza interiore la quale a sua volta spinge l’uomo a colmare questo vuoto con una insignificante ed iper-dinamica vita esteriore.

La vita di ciascun uomo sarà sempre la stessa, esattamente uguale a quella precedente e la successiva sarà identica a questa e a quelle precedenti, tutto sarà sempre lo stesso nel ciclo infinito della ricorrenza. Le forme solo cambieranno e sono cambiate in modo impercettibile facendo restare la sostanza inalterata. Non ricordiamo noi stessi e nemmeno vogliamo farlo, quando non ricordiamo siamo assenti e viviamo le nostre vite in funzione di reazioni già predeterminate, siamo macchine che operano sulla base di semplici operazioni matematiche, creiamo un sistema perfetto per poi lasciarlo in moto  in modo che questo possa funzionare da sé e intanto ci separiamo da noi stessi; non siamo responsabili delle nostre vite poiché decliniamo alla nostra volontà ad un sistema interno ed esterno a noi stessi che non ci consente di manifestarci pienamente quali esseri coscienti.

Il controllo che crediamo di avere è solo illusione. Io non ho controllo e per questo motivo sto impazzendo; o decido di recuperare il controllo e così facendo morirò ancor prima che il mio corpo fisico perisca facendo così la morte di un cane come tutti gli altri o tento di lavorare sulla costante influenzando direttamente le variabili senza lasciarmi influenzare da esse; tuttavia questo lavoro richiede un certo livello di conoscenza e di essenza che non possiedo, in altre parole questo lavoro necessita comprensione. Dov’è la Via che porta ad essa?

Quindi, sulla base delle osservazioni effettuate su me stesso e sugli altri, ho potuto ricavare che, affinché un uomo sia in grado di ricordare se stesso, cioè essere cosciente pienamente della sua presenza generale, è necessario che egli viva in condizioni che, a causa delle sue caratteristiche ereditarie e psicologiche, risultano a lui meno confortevoli e, quanto più queste saranno disdicevoli per il soggetto in questione più lo stesso sarà dis-indentificato dalla falsa idea che nutre verso se stesso e cercherà di manifestarsi in modo cosciente, cioè lotterà per la propria sopravvivenza. Più l’ambiente è ostile più il soggetto sarà in grado di osservare se stesso; non c’è niente di più negativo e pericoloso per un uomo che essere identificato con qualcuno o qualcosa.

L’uomo è fortemente attaccato alla sua sofferenza per quanto strane possano risultare queste parole, l’uomo non intende rinunciare a qualsiasi cosa sia fonte per lui di sofferenza; egli teme il distacco più di qualsiasi altra cosa o, da una prospettiva diversa dello stesso fenomeno, brama l’attaccamento agli oggetti, alle persone e alle emozioni che dalla sua povera prospettiva sembrano arricchirgli la vita. Più volte ho potuto osservare che certe situazioni o persone sono per me fonte di instabilità psicologica ed emozionale e nel tentativo di operare il distacco da essi – ai fini di quelli che sono giunto a chiamare “esperimenti sociali soggettivi” – ho avvertito questo pensiero attraversarmi la mente: “perché mai? È così negativo? Non può fare così male!” e, nello stesso tempo, realizzavo tutto il peso della scelta e la paura del distacco diveniva terribilmente concreta, un fardello che l’uomo non osa rinunciare.

È necessario rinunciare a qualcosa per poter costruire qualcosa di nuovo, ma immediatamente dopo la fase della rinuncia segue quella del vuoto esistenziale in cui l’uomo deve decidere se ricostruire e andare avanti o impazzire in assenza di qualsiasi punto di riferimento che possa prendere il posto dell’oggetto rimosso. Nel corso della mia osservazione imparziale di me stesso mi sono chiesto: “è possibile amare senza essere identificati/attaccati all’oggetto del proprio amore?” dove l’oggetto può essere qualsiasi persona, cosa e situazione. Conosco la risposta e sono consapevole del fatto che così come sono ora un tale risultato è per me non possibile; il cercare di lavorare ai fini della mia liberazione dai richiami del mondo esterno rappresenta il risveglio della coscienza. Solo così potrò manifestarmi in modo responsabile e separarmi da quell’altro che cerca continuamente di avere la meglio su di me.

Mi riesce difficile comunicare i pensieri e trasmettere ciò che provo in un modo diverso da quello che da sempre accompagna le mie manifestazioni di natura diversa; tuttavia, a volte, questo diario e queste pagine diventano un momento di riflessione, non di dialogo interiore, ma di confronto, consentono un momento di apertura del mio sé reale rispetto agli eventi che invece interessano i miei “io” ordinari. E’ davvero molto triste avere a che fare con se stessi ogni giorno, ogni istante; non è pesante il fardello che porto, ma la visione del mio atteggiamento dinanzi alle situazioni che derivano da quel fardello, che poi è la mia debolezza principale.

Non si può certamente accettare e nello stesso tempo devo prendere atto di questa mia situazione in cui sembra sia difficile uscirne e i momenti in cui capita di essere tranquillo, più che essere momenti determinati da un mio successo, sembrano essere dovuti al caso o alla fortuna. Non si possono nemmeno definire spiragli di coscienza i miei, ma in alcuni istanti posso vedere e percepire che quei momenti di “pace interiore” sono immaginari e più di questa descrizione non posso offrire. Quando quella fase di apparente tranquillità interiore finisce si ha, quasi per piccolissimi istanti, la percezione che quei momenti non siano mai esistiti. In realtà, quella pace interiore ha interessato la mia esistenza, ma non era cosciente, non dipendeva da me ed era determinata dalla semplice coincidenza di eventi che, nei fatti, si è poi rivelata positiva affinché nulla di grave potesse accadermi e tutto ciò prendeva esistenza mentre mi illudevo del fatto che fosse il risultato di un mio sforzo cosciente e volontario. Nulla di tutto questo ha senso.

Non è doloroso solo vedere l’impossibilità di non poter fare nulla da solo, non è triste la sola percezione della propria nullità, ma cosa ben più peggiore per il mio essere è constatare – e ciò costa davvero tanto ammetterlo tant’è che quasi sembra impossibile scriverlo – che sono “io” a volere tutto questo o, per essere più preciso, sono “io” a non voler fare in modo che qualcosa di positivo possa influenzare la mia vita. Ad ogni momento decisivo io abdico alla mia volontà o a quel poco che ne resta, se ancora esistono frammenti di volontà, e non faccio nulla – anzi – faccio in modo di cadere addormentato e di commettere sempre gli stessi errori nonostante sappia benissimo quale sia o debba essere il mio dovere. Sono un essere debole, privo di volontà, non reale poiché la mia vita non è reale perché determinata da pensieri e atti immaginari, sono meno che niente ed un pericolo per me stesso.

Tutto inizia con questa domanda e tutta la ricerca prosegue sotto la stella di questo interrogativo e ogni volta si trovano indizi, risposte differenti, ma in realtà anche questa ricerca – quando perde quell’impulso della forza che l’aveva inizialmente provocata – diviene immaginaria e ogni scoperta diviene il pretesto e l’occasione di celare ciò che realmente siamo. Ci crediamo e ci pensiamo come vorremmo o dovremmo essere, ma non siamo quasi mai in grado di vedere ciò che realmente siamo e quando, sempre casualmente, ciò dovesse accadere non siamo abbastanza forti o svegli da mantenere quella sensazione viva in noi stessi tale da farne un faro per tutta la nostra esistenza, tale da farne un carburante per tutta la nostra ricerca e cadiamo sempre addormentati. Quando dormiamo sogniamo, quando crediamo di essere svegli dormiamo. La vita dell’umanità intera è un sogno e il singolo è troppo debole per distaccarsi da tutto questo da solo. Durante l’arco di una giornata spesso mi capita, tra libri o articoli vari, di leggere documenti o pensieri “speciali” o “vivi”, diversi dai rifiuti che quotidianamente vengono prodotti, eppure resto indifferente a tutto questo poiché non sono aperto a ricevere qualcosa di vivo e mi avvicino alle cose nel mio modo abitudinario che nulla apporta al mio essere. Leggo, ma cosa leggo? E soprattutto, chi legge cosa? Sono una zattera in balia delle onde e la mia sorte dipende solo dalla bontà o dai capricci del tempo atmosferico, io non posso far nulla. Ciò non deve essere una scusa, ma una spinta a continuare a cercare e a sperare che qualcosa di reale faccia il suo ingresso nella mia vita. Tuttavia, come posso continuare la mia vita quando quello che vedo in me stesso non è nemmeno l’ombra di ciò che dovrei lontanamente essere? Non riesco ad accettarmi, e per fortuna è così altrimenti sarei già morto dentro, eppure io stesso contribuisco ad alimentare quest’essere immondo e il sogno della mia vita. In me vive la contraddizione e questo mi impedisce di compiere la scelta giusta al bivio dell’esistenza dell’uomo, quel fiume di cui parla G. nel capitolo conclusivo di Belzebù.

Non avevo mai pensato a me stesso nel modo in cui sto per descrivere. Ho letto diversi libri e ho avuto modo di osservarmi in diverse occasioni tuttavia, nell’insieme delle caratteristiche che contraddistinguono la mia rappresentazione, avevo sempre lasciato spazio alla chimera dell’illusione. In realtà, devo dire che la condizione è di gran lunga peggiore rispetto a quella che mi limitavo a dare di me stesso. La mia manifestazione è paragonabile a quella di un orologio a pendolo mosso da congegni meccanici che, invece, sono assimilabili ai pianeti e ad altri corpi celesti. Così mi sono accorto che, nonostante avessi compreso la natura della volontà umana, ho sempre declinato l’idea di essere meccanico e, inconsciamente, ho lasciato spazio all’idea di avere comunque e in ogni caso un residuo di volontà e, sempre sulla base di questa, credevo di poter intervenire – se pur in modo poco incisivo – su alcuni aspetti e momenti della mia vita interiore e sugli eventi dello scenario esteriore. Mi sbagliavo …

Mi sono reso conto che i buoni propositi non servono assolutamente a nulla fino a quando si resta interiormente gli stessi e, conseguentemente, se un dato evento deve accadere quello accade e basta e tutti i propositi, i desideri e i “fioretti” vanno a farsi benedire. Quando un certo movimento planetario mette allora in moto certi meccanismi e quando l’abitudine a fare certe cose torna a farci visita dopo un apparente periodo  di assenza, gli ingranaggi dell’orologio a pendolo si mettono in moto e allora inizio a oscillare. Se qualcosa non sembra accadere, ciò non dipende dai nostri meriti o dai nostri sforzi apparenti, ma sono solo certi ingranaggi e certe leggi planetarie che si mettono in moto e allora tutto nei sistemi di qualsiasi natura inizia a ruotare. Credere che qualcosa non accada solo perché riteniamo di stare a lottare contro di essa è un’illusione. Fino a quando non si inizia a lavorare su se stessi cercando di muoversi lungo una direzione di lavoro ben definita nessun risultato cosciente è possibile e se qualcosa sembra accadere è solo la sostituzione di un’abitudine con un’altra, beninteso avvenuta in modo del tutto meccanico. Nessun risultato cosciente è il frutto di un’azione meccanica e un’iniziativa avviata in modo cosciente presto passa a trasformarsi in qualcosa di meccanico.

In questo grande orologio cosmico tutto funziona secondo intervalli e tempi definiti e siamo tutti sottoposti a precise leggi. Quando queste leggi si manifestano l’orologio cosmico e i suoi ingranaggi sono messi in moto e tutte le ruote, tra cui rientrano le diverse manifestazioni della vita organica, iniziano a oscillare e anche quando quella manifestazione cosmica è terminata gli effetti sul pendolo continuano a farsi sentire ancora per breve tempo. Non siamo padroni delle nostre vite poiché non conosciamo le leggi che ci governano e il modo di sottrarci ad esse. Quando raramente capita l’occasione di affrontare certi temi con certe persone emerge tutta la difficoltà nella comprensione di questi pensieri. Effettivamente le persone sembrano mostrare degli atteggiamenti che possono essere ricondotti a due categorie di pensiero: o affermano già di comprendere tutto questo o manifestano il desiderio di non conoscere nulla di tutto ciò dichiarando di essere soddisfatti della propria ignoranza e di ritenere preferibile questa posizione rispetto la vita piuttosto che un percorso di sofferenza. Ora quest’ultimo pensiero è piuttosto strano visto che, pur non avendo la minima idea di cosa un certo cammino possa comportare, sono fin troppo consapevoli in se stessi della propria inutilità e comunque non fanno nulla per porre rimedio a questa situazione spiacevole arrivando ad adottare un atteggiamento di fuga dal dolore derivante dalla possibile conoscenza e osservazione di sé.

Tuttavia, nello scrivere queste parole, ancora una volta emerge tutta l’inutilità di questi momenti e di certe riflessioni dal momento che in nulla mi differenzio da queste persone appena descritte. Non che abbia rinunciato a conoscere e osservare me stesso anzi, una parte di me lo ha assunto a scopo di vita, eppure in nulla i miei pensieri e il mio comportamento rispetto alle influenze e agli eventi è diverso da quelli degli altri. Questo perché è completamente impossibile fuggire da questa prigione di forze invisibili e di abitudini radicate. Nell’uomo tutto si pensa, si sente, si prova, cioè tutto accade e questi verbi impersonali descrivono pienamente lo stato d’assenza in cui si svolge l’esistenza umana.

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