L’ITALIA NON E’ UN PAESE PER GIOVANI – LA PROSTITUZIONE DELL’ESSENZA UMANA

Quando al mio secondo anno d’università ho messo in discussione la mia scelta di continuare gli studi pensavo che il problema, in parte, fosse solo mio e dipendente dalla voglia di fare qualsiasi altra cosa che non fosse quella di continuare con quell’ambiente sterile e poco stimolante. Per dispiacere dei miei, che in me hanno sempre puntato molto, più che per la mia volontà di portare a termine quel percorso mi sono fatto carico di quel che al tempo io consideravo come un fardello e ho terminato i miei studi in regola  con un voto dignitoso e con la soddisfazione generale dei miei che ora potevano vantare un “Dottore in legge” in famiglia.
Considerando quella che era la situazione italiana di qualche anno fa, la quale non è per nulla cambiata rispetto ad oggi e che può peraltro definirsi peggiorata rispetto a quei tempi, credo che la motivazione maggiore che spingesse i miei genitori a convincermi di terminare gli studi fosse quella che mi dotassi di quel famoso “pezzo di carta”, quale può essere considerata effettivamente la laurea, affinchè potessi avere rispetto a qualche altro mio coetaneo maggiori possibilità di penetrare nel mondo del lavoro.
Bisogna poi considerare quella che è la mia personalità particolarmente attratta dal conoscere sempre posti e persone nuove, alla ricerca di stimoli continui la quale necessita di certe esperienze per crescere e non morire dentro. Ragion per cui riflettevo sul fatto che la preoccupazione dei miei fosse giustificata non solo dal punto di vista professionale, ma che potesse abbracciarsi anche con quelle che sono sempre state le mie aspirazioni – mi riferisco alla volontà di viaggiare – e quindi credevo che affinchè potessi avere questa possibilità futura avrei dovuto studiare in modo tale da sperare un giorno di coprire una buona posizione e così iniziare a costruire e ad alimentare la mia essenza e personalità.
In quei giorni, però, né io né i miei genitori potevamo pensare che, qualche anno dopo, proprio quel pezzo di carta potesse rivelarsi un elemento negativo per la mia ricerca attiva del lavoro. Dico questo perché a distanza di sei mesi dalla laurea i colloqui non andati a buon fine iniziano ad essere consistenti e ho notato una certa preferenza da parte degli “esperti” delle risorse umane a dirigere la loro attenzione verso soggetti facilmente addomesticabili, con bassa tendenza all’individualismo e soprattutto non laureati o poco preparati. Ebbene, alla mente del lettore sembreranno strane queste mie affermazioni, ma il sottoscritto ha prove evidenti di quanto affermato.
Le stesse persone che lavorano nel settore hanno riferito del fatto che le aziende si sentirebbero minacciate da questo tipo di individualità forti e preparate per il semplice fatto che “potrebbero non accontentarsi delle opzioni che vengono offerte loro e che quindi potrebbero o lamentare richieste di avanzamenti di carriera o abbandonare questa o quella posizione alla ricerca di qualcosa di più confacente al proprio titolo”. Questa logica si comprende benissimo in un mercato caratterizzato dall’assenza assoluta del rispetto della persona umana e che con questa gioca a ribasso nell’arena delle contrattazioni di lavoro.
Ogni giorno mi sento dire da persone della mia età di proposte indegne a 150 euro, a 250 euro al mese per attività di mezza giornata o per l’intera giornata. Come può una persona vivere di questo? Questo triste gioco è alimentato dalla presenza di innumerevoli giocatori disposti a tutto pur di portare a casa qualcosa ragion per cui là dove ci sono 10 persone che rinunciano di abbracciare questi compromessi ce ne sono altre 100 disposte ad accettarli.
Oggi possiamo assistere a quella che può essere definita quasi come la “prostituzione dell’essenza umana” con ragazzi e ragazze che si lasciano sprofondare in una depressione senza via d’uscita e che perdono addirittura la forza di cercare il lavoro mentre altri si prestano a questa prostituzione per poi scoprire di essere entrati a far parte di un mercato che è senza via d’uscita.
Ogni giorno assisto a persone che non valgono una mezza calzetta passarti avanti e coprire una certa posizione perché figli di qualcuno o perché conoscenti di quel professore, di quell’avvocato o del tizio potente di turno; persone che guadagnano per non fare nulla dalla mattina alla sera lamentarsi dei turni di lavoro o, al contrario, persone che si spaccano la schiena lamentarsi della propria vita credendo che sia di gran lunga migliore stare su un prato ad osservare il cielo o trascorrere il tempo con gli amici al bar; persone che ogni mattina si alzano per lasciare curriculum ovunque e sentirsi offrire paghe che alimenterebbero la fantasia letteraria di un Charles Dickens dei tempi moderni; persone vogliose e fortemente motivate che partecipano a colloqui finti e creati ad arte per scegliere il mister X già sicuro della propria assunzione; proposte di lavoro che emergono e scompaiono dai siti ufficiali con la stessa velocità di un lampo e che ti lasciano immaginare tutto. Ogni giorno da sei mesi mi tocca assistere a tutto questo.
In un sistema economico e sociale come questo caratterizzato dalla prostituzione dell’essenza umana, dal gioco al ribasso dei potenti, dalla meritocrazia assente, dall’assenza di fiducia verso i giovani, dalle vicende dei rapporti di parentela, dal meccanismo “Via uno, avanti un altro”, davvero il mio cuore e il mio spirito vengono messi ogni giorno a dura prova. Come è possibile credere in un futuro migliore? Quando fai del tuo meglio e ti rendi conto che quello non serve, come è possibile credere in un paese come questo? Come non si può dar ragione alle migliaia di ragazzi che vanno via?
Non chiedo di guadagnare quanto guadagna un imprenditore, chiedo solo di essere trattato come una persona, un uomo e non come una bestia da circo.

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