Lo stato di chi viene a trovarsi senza un lavoro

lavoro

Sociologi e psicologi hanno cominciato a studiare sistematicamente le conseguenze della disoccupazione quando la grande depressione ne evidenziò i costi sociali e umani.
Fu allora che vennero sviluppate molte teorie e metodiche impiegate tuttora (Jahoda e Rush, 1980).

Le prime due ricerche furono quella svolta a Marienthal nel 1931-1932 da un’équipe dell’Istituto di psicologia di Vienna, formata da Maria Jahoda, Paul Lazersfeld e Hans Zeisel, e quella condotta nel 1931 da Edmund Bakke, dell’università di Yale, nel sobborgo londinese di Greenwich.

Nella cittadina presso la capitale austriaca l’unica fabbrica esistente aveva chiuso i battenti causando una catastrofe sociale. Era una situazione che mostrava le conseguenze della disoccupazione allo stato puro: la destrutturazione fu l’aspetto più inedito e comportò effetti tragici e diversi sia per gli uomini che per le donne. Quello studio fu l’unico nel suo genere dal momento che delineò per la prima volta la condizione nefasta del disoccupato.

Contemporaneamente Lazersfeld, insieme a B. Zawadski dell’Università di Varsavia, ricavò da 57 autobiografie la fondamentale idea che il protrarsi della mancanza di lavoro origina una precisa sequenza di stati d’animo. (Zawadski, B., Lazarsfeld, P. F.,  1935, VI, pp. 224-251.) Bakke adottò un approccio socio-antropologico, usando le interviste raccolte e i diari scritti, per studiare l’individuo senza lavoro. Il sobborgo di Greenwich non era una comunità di disoccupati bensì di lavoratori, ma anche in questo caso emergeva il diverso uso che i disoccupati facevano del loro tempo, quasi a dissiparlo, e il deprimente declino delle speranze in chi cercava lavoro invano.
(Bakke, E. W., 1933, 1940) M. Jahoda descrive così lo stato di chi è senza lavoro:

“Non tutti i disoccupati vivono in una abietta povertà, ma tutti sperimentano una severa riduzione nelle loro risorse, che rende difficile e spesso impossibile assolvere gli obblighi contratti quando erano ancora al lavoro. […] Essendo forzosamente esclusi dalla partecipazione attiva alla vita economica del paese, segnati come inutili, con le loro capacità ignorate, separati dai compagni di lavoro e privati della solidarietà e del cameratismo che emergono in molti posti di lavoro perfino quando le condizioni lavorative lasciano molto a desiderare, i disoccupati si sentono abbandonati e il loro tempo non passa mai. Solamente i molto forti possono evitare la demoralizzazione” (Pappas, 1989).

Anche se ciascun gruppo reagisce con modalità proprie a seconda del contesto sociale e dei valori di riferimento, e anche se situazioni analoghe non producono effetti su individui diversi, gli studiosi convengono che essere senza lavoro può intaccare l’identità e sconvolgere la personalità perché fa sentire inutili o esclusi. Ciò vale anche per i giovani, il cui disagio è sistematicamente maggiore sia che non lavorino ancora, sia che non lavorino in quel momento. La disoccupazione demoralizza e deprime.

“A rendere la situazione ancor più insidiosa e al contempo più irritante, i pochi segnali che appaiono stranamente chiari,  incontestabili e dunque giudicabili affidabili, suggeriscono strade che molti viaggiatori non possono percorrere o perché privi dei mezzi necessari o perché si ritrovano l’accesso sbarrato. Il non poter raggiungere una meta solitamente considerata sicura e attraente è un’esperienza penosa. Il vedersi precluso il tentativo – concesso ad altri – di raggiungerla, o il non avere risorse adeguate per poterlo fare, preannuncia un dolore imminente che tuttavia non si può in alcun modo evitare. Questo è esattamente il tipo di situazione che si ritiene precluda una condotta razionale e scateni invece o inibizione o un’aggressività casuale e non mirata”. (Zygmunt Bauman, 2002, pagg. 64-65)

Quando si prolunga, può far perdere le speranze e minacciare la salute mentale. Generando insicurezza economica e sociale, essa rende più instabili emozionalmente con effetti tanto più gravi quanto è lungo il periodo di disoccupazione (Eisenberg e Lazarsfeld, 1938, pp. 359-363).

Se per il disoccupato il valore del lavoro assume addirittura “proporzioni esagerate” (Cohen, 1945, p. 162), ciò è comprensibile poiché nella società industriale l’occupazione è il primo indicatore di prestigio.

L’inattività forzosa può sviluppare sentimenti di inferiorità quando chi la subisce se ne attribuisce la responsabilità (Jahoda, 1982, pp. 24-25; Fromm, 1980, p. 124).
Nel reportage commissionatogli dal New Left Club Orwell scrive: “La cosa che mi sbalordì e mi atterrì fu scoprire che molti di loro si vergognavano di essere senza lavoro”.

L’improvvisa interruzione delle azioni abitudinarie che segnano la giornata lavorativa non fa soltanto saltare i modelli temporali e disintegra lo stile di vita, ma priva di significato lo stesso trascorrere del tempo dal momento che non si sa come e in cosa investirlo.

A Marienthal gli uomini camminavano con indolenza avendo “dimenticato come si fa ad avere fretta: hanno perso gli incentivi materiali e morali a servirsi del proprio tempo; [e del resto] che cosa si dovrebbe fare del tempo quando non si ha lavoro?” (Jahoda e altri, 1933, pp. 107 e 111). L’incertezza per il futuro sembra essere l’effetto più sentito.

“Oggi le condizioni mutano all’improvviso, sconfiggendo qualsiasi capacità di ragionevole previsione,  senza seguire alcuna logica stabile o modello leggibile. La conseguente esperienza del tempo disgiunto, che barcolla da un episodio imprevisto all’altro, minaccia ‘la capacità della gente di ritagliarsi il proprio personaggio all’interno di un lungo itinerario narrativo’. Forse i lavoratori più anziani ricordano come in gioventù i loro progetti fossero a lungo termine, così come i loro legami e vincoli di solidarietà, ma si chiedono se sia ancora rimasto un minimo di significato reale nella nozione di ‘lungo termine’. Sono in imbarazzo allorché si tratta di spiegarne il significato ai loro colleghi più giovani, che non hanno i loro ricordi e la cui conoscenza del mondo deriva da ciò che si vedono girare intorno”. (Zygmunt Bauman, 2002, pagg. 60-61)

A mio modo di vedere la condizione di questi soggetti è molto deprimente non solo per gli stessi lavoratori che la subiscono, ma dovrebbe esserlo anche per l’intera società.
La società contemporanea deve prendere coscienza di un fallimento che si è venuto a determinare proprio a causa di questo problema e che ha portato a considerare la dignità e la felicità del lavoratore non più come obiettivi a cui tendere, ma come elementi che è necessario difendere.

A soli due secoli dalla proclamazione della felicità quale supremo scopo di vita, e ciò avvenne per tramite della Dichiarazione d’indipendenza americana, questa ha perso progressivamente la sua importanza fino ad essere completamente seppellita da nuovi ideali, in primis la prosperità economica.

Si è giunti quindi ad una fase della storia in cui il criterio economico e l’indice di prosperità economica sono divenuti gli unici parametri di valutazione della società tramite l’illusione che il denaro possa comprare tutto, anche i valori morali e spirituali.
Come dichiara il sociologo Z. Bauman “il diventare un diritto anziché l’essere un privilegio fu un vero e proprio spartiacque nella storia della felicità” e tale evento epocale avrebbe dovuto rafforzare l’impegno dei politici al perseguimento della felicità dei propri cittadini. E, invece, si registra fin dal principio della sua apparizione e incoronazione un declino del concetto di felicità e ciò può essere spiegato anche con il fatto che la sua proclamazione a diritto sia avvenuta in concomitanza con lo sviluppo sempre più travolgente della realtà industriale. La felicità dei lavoratori così come di tutti gli altri uomini diviene un diritto, ma lo è solo se funzionale a realizzare obiettivi di natura economica.

Si iniziano a porre le basi di quella contrapposizione tra diritti e felicità dei lavoratori da una parte, e prosperità e riduzione degli sprechi dei datori di lavoro dall’altra. La felicità diviene un diritto, ma solo quando è in grado di garantire la felicità economica dei datori di lavoro o di una società nel suo complesso. A partire da questo momento, felicità e prosperità iniziano a viaggiare assieme sino a fondersi e confondersi completamente nel XX secolo.

Il riconoscimento della felicità dei cittadini e dei lavoratori avrebbe dovuto comportare un simultaneo dovere della società politica nel realizzare la felicità di ogni singolo membro tuttavia, allo stato attuale delle cose, è possibile o affermare il fallimento dello stato o il fallimento del diritto alla felicità.

“L’aspettativa della felicità e di una felicità crescente diviene la principale formula legittimante di integrazione sociale e la motivazione prima del coinvolgimento di qualsiasi individuo in sforzi collettivi e cause comuni. E divenne compito dello stato dimostrare che tale coinvolgimento conveniva, che ripagava gli sforzi. L’industria sarebbe stata il principale veicolo per condurre l’umanità alla felicità. Si sperava che avrebbe messo fine all’indigenza, alla fame, alla miseria, meno oberante e più sicura”. (Zygmunt Bauman, 2002, pag. 146)

Proprio gli strumenti che avrebbero condotto gli uomini alla felicità si sono trasformati nella sua nemesi. La disoccupazione tecnologica e gli sviluppi sempre incessanti della scienza sembrano mostrare un panorama in cui il futuro della società umana sembra dominato dalle macchine.

E’ mia convinzione che la tecnologia e la scienza hanno senz’altro reso il mondo un posto migliore, tuttavia il loro corso ha superato di gran lunga i tempi umani e ben presto il lavoratore si è trovato a difendere il suo posto non da un altro lavoratore, ma da una macchina. In un mondo occupato dalle macchine, l’uomo troverà sempre meno spazio e quella fame e miseria che le macchine avevano inizialmente eliminato torneranno ad interessare le vite degli uomini. La finanziarizzazione della società e la fame di sempre maggiori profitti a scapito degli sprechi conducono al sacrificio della forza lavoro umana e mette a repentaglio la sua felicità.

Come afferma sempre Bauman “e una volta trasferito nel futuro, è destinato a rimanerci per sempre. La felicità è destinata a restare un postulato e un’aspettativa: la sua realizzazione una promessa sempre un passo avanti alla realtà”.

Secondo Bauman nel momento in cui si è stabilito il raggiungimento della felicità quale cardine della società intera si sono ancorati gli uomini ad una speranza e ad una vana illusione e ciò ha potuto giustificare la subordinazione del lavoratore alle promesse del politico. Questo disincanto del lavoratore è venuto meno nel momento in cui la speranza nel futuro è stata soppiantata dalla paura, dalla instabilità e dall’assenza di aspettative nel presente. Sempre il sociologo polacco ritiene che nel momento in cui l’uomo si è reso conto di non essere ‘vivo’ nel presente ha smesso di rivolgere le sue attenzioni al futuro, ha smesso di creare progetti a lungo termine e ha rivolto la sua attenzione ai problemi attuali del qui ed ora. L’assenza di lavoro e la mancanza di denaro, accompagnati da una progressiva erosione della dignità e del rispetto della persona, hanno posto al centro delle analisi sociologiche l’uomo nella sua dimensione lavorativa e socio-economica.

“La nostra inclinazione a vedere il perseguimento della felicità quale fine di tutte le azioni umane potrebbe essere così profondamente radicata da non richiedere nessuna ulteriore argomentazione quale guida alla nostra percezione dei motivi latenti o manifesti dell’azione. Il fatto che abbia raggiunto lo stato di doxa (un’idea con la quale pensiamo, ma non sulla quale pensiamo) è tuttavia un invito alla pausa e alla riflessione. Forse l’indicare il perseguimento della felicità quale principale forza propulsiva degli sforzi umani non è sempre stato così ovvio come lo è oggi”. (Zygmunt Bauman, 2002, pag. 142)

Come affermò anche Max Weber:

“Quel tipo di atteggiamento e di reazione a situazioni nuove che potremmo definire tradizionalismo fu il più importante antagonista contro cui lo spirito del capitalismo dovette combattere. Il lavoratore tradizionale non desidera guadagnare sempre di più, ma semplicemente vivere come è abituato a fare e guadagnare quanto basta a tal fine; preferisce lavorare meno anziché guadagnare di più. […] Felicità significava raggiungere gli standard conosciuti, quelli a cui erano abituati e che consideravano normali e dignitosi. Perché mai avrebbero dovuto lavorare e affaticarsi di più se avevano tutto ciò che serviva loro”? (Max Weber, [1976], 1991)

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