Il ritorno all’insicurezza sociale

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In un estratto uscito nel 2006 sul mensile “Piazza grande”, Robert Castel analizza il rapporto tra désaffiliation e precarietà del lavoro. Secondo il sociologo francese, soprattutto negli anni Novanta, c’è stata una sorta di inflazione del concetto di esclusione. Dal suo punto di vista, l’uso di questo termine è pericoloso per molte ragioni poiché quando si tende a parlare di esclusione si è soliti riferirle una connotazione esclusivamente negativa; inoltre il termine viene applicato a condizioni di vita del tutto diverse ed eterogenee.

Castel riporta l’esempio per cui un disoccupato di lungo periodo è un escluso, che il giovane che vive nella periferia di una grande città è un escluso, ma egli ritiene che le due realtà non siano assolutamente assimilabili: “i due soggetti non hanno la stessa traiettoria biografica, né lo stesso vissuto e destino sociale. Inoltre, ed è il limite principale, la nozione di “esclusione” è una categoria statica, prende cioè semplicemente atto che ci sono degli esclusi”.

L’approccio del ricercatore francese tende a privilegiare la dimensione processuale dei fatti sociali, la dinamica di quei processi che, a volte, si concludono nella cosiddetta “esclusione”, ma che – a suo parere – iniziano comunque prima, spesso al centro della vita sociale, ad esempio nelle trasformazioni che investono le imprese:

“Mi sembra che sia necessario ridisegnare un continuum di posizioni fra gli “integrati” e coloro che vivono una situazione di vulnerabilità e precarietà. All’interno di questa riflessione ho proposto la nozione di désaffiliation, che mi è sembrata più euristica, in quanto mette in evidenza questa dinamica e offre maggiori possibilità alla riflessione rispetto alla dicotomia “inclusi/esclusi”. Perché quelle persone sono giunte a vivere la condizione di “esclusi”? Qual è stata la loro traiettoria? Quale il processo? La désaffiliation è un processo di scollamento/distaccamento dai sistemi di protezione (…), di destabilizzazione degli stabili”

Robert Castel ritiene vi sia un rapporto tra désaffiliation e precarietà del lavoro:

“Se esaminiamo la situazione conseguente alla II guerra mondiale, che è durata fino a circa la metà degli anni Settanta, notiamo che la maggior parte della popolazione era integrata sulla base di una condizione salariale solida. Vi era una povertà periferica (…) che comunque sembrava in via di assorbimento. Dall’inizio degli anni Ottanta, invece, si prende coscienza che (…) diversi settori della popolazione vivono un processo di destabilizzazione. È in questo momento che si è cominciato a parlare di “nuove povertà”. È una nozione discutibile, ma significava, in quel contesto, che non ci si trovava più di fronte alle povertà conosciute, bensì ad individui che pur avendo condotto una vita “normale”, in seguito al cambiamento della congiuntura socio-economica, si trovavano ora privi di supporti. Io penso che in questi casi, quando i supporti si fragilizzano con la crisi della società salariale, si possa applicare la nozione di désaffiliation, insieme ad altre nozioni come quella di vulnerabilità, perché spesso, prima di arrivare alla fine del processo (…) vi sono situazioni intermedie, precarie, caratterizzate dall’incertezza, che mi sembra diventino sempre più numerose nella nostra società, soprattutto rispetto agli anni Settanta.”

Castel, quindi, attraverso il suo concetto di désaffilliation giunge a parlare di un “ritorno dell’insicurezza sociale” in chiave moderna. Secondo il sociologo francese, vivere l’insicurezza sociale equivale a trovarsi alla mercé di ogni minimo rischio dell’esistenza: una malattia, un incidente, un’interruzione del lavoro, un imprevisto nel corso della vita possono spezzare il fragile equilibrio della quotidianità e far precipitare nella disgrazia, se non addirittura nella rovina.

Nessuna provvista, nessuna proprietà, nessun gruzzoletto: tutti i giorni la domanda imperiosa su come si presenterà il domani. L’insicurezza sociale è questa impossibilità di “securizzare” l’avvenire, poiché la padronanza di questo avvenire dipende da condizioni che solitamente sfuggono agli uomini. Nelle analisi di Castel, in origine, l’insicurezza sociale non è per tutti, ma solo un “affare dei poveri” ([1995], 2007).
Per quanto riguarda la società preindustriale europea tra il XIV e il XVII secolo, gli storici sono concordi nel pensare che circa la metà della popolazione poteva essere qualificata come povera. La povertà è dunque una condizione strutturale e comune nella quale le masse popolari sono installate permanentemente, ma si tratta anche di uno stato che può degradarsi.

È possibile cioè, secondo la forte espressione di Pierre le Pesant de Boisguilbert, «mandare in rovina un povero»(ruiner un pauvre): ciascuno può restare, bene o male, sul filo del rasoio, ma sono sufficienti un cattivo raccolto o un inverno particolarmente rigido per generare «un forte rincaro dei prezzi» (une grande cherté), ed ecco che questo fragile equilibrio si spezza. (1874)

Sébastien La Prestre de Vauban sottolinea la stretta relazione esistente tra l’estrema vulnerabilità popolare e l’estrema fragilità dei rapporti di lavoro, ed evoca così la situazione di un rappresentante dei piccoli salariati dell’epoca, giornalieri, manovali, “gente di fatica e di braccia” (gens de peine et de bras) che in città o in campagna lottano quotidianamente per la loro sopravvivenza: “Sarà sempre difficile arrivare alla fine dell’anno. Da qui è chiaro che, per quanto poco carico debba sopportare, è necessario che soccomba”. ([1710], 1907)

In un primo tempo, nel XIX secolo, questa situazione non appare sostanzialmente mutata, ma la dissimmetria del rapporto di forza tra il datore di lavoro e l’impiegato è tale da condannare i salariati a un salario di sopravvivenza, i proletari perdono letteralmente la vita nel tentativo di guadagnarsela, i salari sono ridotti al minimo, non vi è alcuna garanzia d’impiego e i lavoratori non possono vantare alcun diritto: “L’operaio offre il suo lavoro, il padrone paga il salario convenuto, e lì finiscono le obbligazioni reciproche. Dal momento in cui [il padrone] non ha più bisogno delle sue braccia [dell’operaio], lo congeda, e sta all’operaio trarsi d’impaccio” (Charles-Marie Tanneguy Duchatel, 1829, cit. in R. Castel., [1995], 2007)

L’applicazione rigorosa dei principi del liberalismo – il mercato del lavoro come mercato di ‘libera’ contrattazione – condanna impietosamente i lavoratori alle condizioni minime della sopravvivenza. Essi versano perciò in una situazione di costante insicurezza sociale.

Castel ha studiato le tappe della lotta della classe operaia per conquistare l’estensione dei diritti e delle protezioni sociali, culminate con il compromesso fordista dei trent’anni «gloriosi» del secondo dopoguerra. Ma negli anni Settanta del Novecento, con la fine della piena occupazione e la conseguente crescita della disoccupazione, lo status dell’individuo contemporaneo è minacciato, la coesione sociale si viene meno, con l’apparizione del precariato, con il numero crescente di giovani diplomati senza lavoro e la disoccupazione di massa.

Castel, in un’intervista a l’Humanité nel 2009, ha affermato che “Il cuore della trasformazione si situa prima di tutto a livello dell’organizzazione del lavoro e si traduce in un degrado dello statuto professionale”. Il precariato si sviluppa all’interno del lavoro e si innesta nella disoccupazione di massa. Secondo lo stesso sociologo francese, non è più possibile pensare il precariato come abbiamo fatto per anni, cioè come un brutto momento da passare prima di trovare un lavoro stabile. C’è ormai un numero crescente di individui che sprofonda nel precariato che sta diventando sempre più stato permanente.

Oggi, con la progressiva erosione dello stato sociale che aveva legato i diritti al lavoro, i “desaffiliati” tornano a vivere alla giornata come nell’Ancien Régime. È il trionfo dell’ “individualità negativa”.

“Il nocciolo della questione sociale oggi sarà quindi, di nuovo, l’esistenza di “inutili al mondo”, dei sovrannumerari, e attorno ad essi di una nebulosa di situazioni segnate dalla precarietà e dall’incertezza dell’indomani che attestano della crescita della vulnerabilità di massa” (Castel Robert., [1995], 2007)

“Il sentimento di insicurezza – ha scritto l’Observatoire des inégalité nella recensione al libro di Castel  – si estende a numerosi campi” (salute, ambiente, paura degli altri), ma Robert Castel ci fa capire che proviene da una fonte, l’instabilità sociale.
Per il sociologo francese, “chi non sa di cosa sarà fatto il domani, che sia lavoratore precario, disoccupato o giovane che sta costruendo il proprio avvenire, finisce per percepire l’esterno come una minaccia”.

Le condizioni che hanno permesso di superare questa insicurezza sociale permanente risiedono nell’aver garantito al lavoro protezioni e diritti. Ad essersi imposta con molte difficoltà è l’idea che la proprietà non sia l’unico antidoto all’insicurezza sociale. Che la proprietà privata rappresenti la miglior difesa contro l’insicurezza lo si sapeva da sempre. Chi ha dei beni è coperto contro i rischi dell’esistenza. Nel 1902 Charles Gide dichiarava: “Per quanto riguarda la classe possidente, la proprietà costituisce un’istituzione sociale che poco a poco rende le altre superflue”. (Charles Gide, Economia sociale, 1902)

Perché arrivasse a imporsi un’altra risposta rispetto all’accesso alla proprietà per vincere l’insicurezza, è stato necessario che lentamente, e non senza difficoltà, si generalizzasse la consapevolezza della sostanziale irreversibilità della condizione del salariato, essendo la sua espansione organicamente legata allo sviluppo del capitalismo industriale. Era la forma di organizzazione del lavoro a esigere un sistema di produzione comandato dal peso crescente della grande industria. (Castel Robert., [1995], 2007)

Da quel momento, ci si è trovati di fronte a un dilemma: lasciare il salariato nello stato di abbandono che gli appartiene quando il lavoro è assimilato a una merce – ma è proprio così che si consentiranno l’instaurazione e lo sviluppo, nel cuore della società moderna, di quelle masse di salariati che, come dirà Karl Marx, “non hanno nulla da perdere fuorché le loro catene”, con la conseguenza del sovvertimento totale dell’ordine sociale attraverso la rivoluzione –, o altrimenti consolidare la condizione salariale sino a farne uno zoccolo duro capace di procurare le risorse sufficienti per garantire la sicurezza dei lavoratori.

È questa seconda soluzione a essersi imposta dopo un secolo di controversie, lotte e conflitti talvolta molto violenti. Fu come una grande rivoluzione silenziosa sfociata in quella che è stata giustamente detta “società salariale”.

Il lavoratore non proprietario diviene titolare di diritti che gli assicurano le condizioni necessarie a garantire il suo presente e a controllare il suo avvenire: il diritto alla pensione, il diritto alla salute, il diritto all’indennizzo in caso di incidente o di sospensione del lavoro, il diritto del lavoro come fonte di garanzie contro l’arbitrio padronale etc. È così che i principali rischi della vita vengono a trovarsi “coperti”.
La promozione di un vero statuto del lavoro ha rappresentato dunque il fondamento della costituzione di quello statuto dei lavoratori che ha permesso di padroneggiare l’insicurezza sociale. (ibidem)

Questa vittoria sull’insicurezza sociale, punto terminale di un lungo processo iniziato in Francia alla fine del XIX secolo, sembra imporsi nel periodo che corre dalla seconda guerra mondiale all’inizio degli anni Settanta, e costituisce il prodotto di quello che è stato definito “il compromesso sociale del capitalismo industriale”.

Gli interessi del capitale e delle imprese sono assicurati, come testimonia il considerevole sviluppo economico che ha caratterizzato quegli anni. In contropartita, il mondo del lavoro beneficia di estese protezioni: è la promozione di questa sicurezza sociale generalizzata. L’equilibrio sottile tra le esigenze del rendimento sul versante del capitale e le esigenze di sicurezza sul versante del mondo del lavoro, a cui il capitalismo industriale era alla fine pervenuto, si disferà con quella crisi che inizia a far sentire i propri effetti dopo lo shock petrolifero del 1973.

Una crisi che in un primo momento è stata interpretata come un blocco temporaneo della crescita, ma di fronte alla quale si è stati poi costretti a riconoscere come essa fosse molto più grave di una turbolenza passeggera. In realtà, si tratta di un cambiamento di regime del capitalismo stesso, vale a dire dell’uscita dal capitalismo industriale con ingresso in un regime nuovo e più aggressivo che impone una concorrenza esasperata al livello globale (globalizzazione) sotto l’egemonia del capitale finanziario internazionale.

Questa dinamica impone nuovi modi di produrre e di scambiare, prendendo in contropiede quei sistemi di regolazione che, instaurati alla fine della stagione del capitalismo industriale, erano al cuore del suo compromesso sociale. (ibidem)
Un altro modo di dire che l’insicurezza sociale fa il suo ritorno. E ritorna perché le dighe che avevano permesso di arginarla si rompono, e i diritti e le protezioni che erano stati assicurati al lavoro si indeboliscono e talvolta scompaiono. Questa insicurezza è innanzitutto la conseguenza di una profonda riconfigurazione dei rapporti di lavoro.
Ma essa è nondimeno ancora più ingiusta in una moderna società sviluppata nella quale il problema non è più quello della scarsità dei beni, oggi il problema è piuttosto quello della ripartizione delle ricchezze in una società che ne produce effettivamente molte, ma – nello spirito del nuovo regime del capitalismo – che si basa sulla ricerca del profitto per il profitto attraverso la messa in concorrenza di tutti contro tutti.

In tale prospettiva, i diritti sociali e le protezioni legate al lavoro appaiono come degli ostacoli da eliminare nella prospettiva di massimizzare la competitività delle imprese e promuovere il libero gioco del mercato. Ma questa armatura di diritti – diritto del lavoro e protezione sociale – costituiva la diga che, come dice Karl Polanyi, “addomesticava il mercato”, e la sua eliminazione si paga con il ritorno dell’insicurezza sociale. (ibidem)

Secondo Nicola Negri (2006), docente di sociologia economica all’Università di Torino, il termine «vulnerabilità sociale» è sempre più frequentemente utilizzato per indicare gli effetti di quei cambiamenti socio-economici che, nel corso degli ultimi decenni, hanno eroso gli assetti tradizionali dello Stato sociale a base industriale, in Italia come nel resto dell’Europa. “L’idea è che nelle società post-fordiste, quali emergono dalle crisi delle società industriali, cresca l’area della popolazione che risulta versare in situazioni di vulnerabilità”.

Molti analisti, a partire da metà anni ’90, come Robert Castel, Pierre Rosanvallon e, più recentemente, qui in Italia, Costanzo Ranci, Chiara Saraceno e Massimo Paci, hanno individuato il nucleo del processo che genera questa situazione di vulnerabilità. Tutti questi autori sottolineano che quello che è in gioco è il cambiamento della natura dei rischi sociali.

Oggi questi rischi tradizionali sono sostituiti da altri tipi di rischio che diventano uno stato stabile della vita quotidiana. Secondo Negri, il problema non è solo più il cosiddetto “spiazzamento”, piuttosto la vita quotidiana che è diventata normalmente insicura e tale insicurezza è diventata un dato “familiare”: non si può affrontare la vita normale (procurarsi un reddito, cercare un lavoro, fare dei figli, sposarsi, mettere su casa) senza esporsi a dei rischi.

“ Oggi questa situazione d’incertezza e insicurezza della quotidianità invece si sta estendendo. Dal basso sta salendo verso l’alto, per cui il rischio diventa quotidianità per le aree di lavoratori stabili, dipendenti o comunque lavoratori poco qualificati. Contestualmente dall’alto sta scendendo verso il basso, investendo settori del ceto medio. La quotidianità del rischio dai punti estremi della stratificazione sociale  progressivamente diventa un fenomeno che riguarda gli strati anche intermedi”. (Negri. N., 2006)

Le cause di questa diffusione dei rischi possono essere ricondotte alla crisi simultanea delle tre grandi istituzioni su cui si era fondata la sicurezza della società industriale nella fase fordista: la prima istituzione è quella del mercato del lavoro dominato dalla grande industria; la seconda è quella della famiglia basata sulla divisione tradizionale dei ruoli secondo il genere; la terza grande istituzione è quella del welfare fondato sulle grandi assicurazioni sociali obbligatorie.

Secondo i risultati emersi dal convegno “Fragili orizzonti” del 17 marzo 2006, tenutosi a Torino in cui è stato presentato il «Programma triennale di politiche pubbliche di contrasto alla vulnerabilità sociale e alla povertà», a cura della Provincia di Torino – Assessorato alla Solidarietà Sociale – è noto come queste tre istituzioni siano collegate tra loro.

La prima istituzione, quella del mercato del lavoro dominato dalla grande impresa, ha garantito per i primi trent’anni del secondo dopoguerra, i cosiddetti “trenta favolosi” (1945-75), la quasi piena occupazione a tempo indeterminato, concedendo ai lavoratori un salario che era in grado di provvedere non solo ai loro fabbisogni personali ma anche a quelli delle loro famiglie. Questo tipo di mercato del lavoro forniva le condizioni economiche per il buon funzionamento di un particolare modello di famiglia: il cosiddetto modello male bread winner , cioè il modello della famiglia gravitante su un solo reddito, quello del capo-famiglia, maschio, adulto, marito-padre.

Nell’ambito del modello male bread-winner si è sviluppato il consumismo, aspirazioni a livelli maggiori di istruzione e di mobilità sociale. In molti casi il modello ha garantito, come dimostrano le analisi di lungo periodo, l’accesso alla proprietà, e in particolare l’accesso alla proprietà della casa, in sistemi sociali come quelli europei occidentali che, come ricorda Castel, hanno ancora nella proprietà una delle condizioni più forti di garanzia dell’esistenza. Questo meccanismo si è inceppato.

“Quest’assetto non funziona più perché sono entrate in gioco sia le trasformazioni della struttura economica della società sia quelle della struttura demografica della popolazione, ma anche i cambiamenti culturali dei comportamenti. E in questa crisi le cose che le persone non possono più fare, dati i cambiamenti strutturali, sono entrate in collisione con le cose che le persone desiderano e vogliono ancora fare grazie ai cambiamenti culturali. La crisi dell’equilibrio degli assetti fordisti del secondo dopoguerra si colloca all’incrocio tra diffusione di desideri e legittime aspettative e perdita di opportunità”.
(Mingione. E., Sociologia della vita economica, La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1997)

Secondo Negri, per quanto riguarda il mercato del lavoro, la crisi dell’assetto fordista, ha comportato la scomparsa della capacità del mercato di garantire la quasi piena occupazione e la difesa dal rischio di disoccupazione; ma non è soltanto il rischio di disoccupazione che bisogna guardare per capire l’inceppamento del meccanismo.  “Il problema è che è cambiata anche la natura della disoccupazione” .

È comparsa la disoccupazione di lunga durata: negli anni ’90 la disoccupazione superiore ai 12 mesi in molti paesi europei ha toccato punte del 40/50% del totale dei disoccupati. Inoltre a mettere in crisi il mercato del lavoro è intervenuto anche il cambiamento della natura del lavoro : “cresce, infatti, il lavoro a bassa produttività che non può essere remunerato con salario pari a un reddito familiare e, d’altro lato, le esigenze di flessibilità fanno crescere contratti di lavoro cosiddetti atipici, che non sono riconducibili alla fattispecie del contratto a tempo indeterminato”.

Per quanto riguarda la seconda causa della diffusione del rischio, l’insicurezza delle famiglie, con la crisi della famiglia male bread-winner il “maschio procacciatore di reddito” cade spesso nella disoccupazione e vi resta a lungo. Diverse possono essere le cause: il suo lavoro non è più a tempo indeterminato; il lavoro è a tempo indeterminato ma non è sufficientemente remunerativo; tutte queste situazioni si alternano nel tempo impedendo alla sua carriera lavorativa di decollare. Queste situazioni possono colpire soprattutto la famiglia monoreddito che ha dunque una scarsa capacità di ammortizzare periodi di disoccupazione.

Sempre secondo Negri, l’intera analisi fin qui trattata comporta la necessità di riflettere su un centrale problema politico che egli definisce “Il diritto alla protezione” e lo fa riprendendo a sua volta un’analisi di  Max Weber.

“Egli ci parla della possibilità di un contratto fra chi, essendo in grado di sostenere il rischio di impresa, compra prestazioni (lavorative) da chi tale rischio non è in grado di reggere, garantendogli una remunerazione. In questa prospettiva il lavoratore accetta di subordinarsi al datore di lavoro avendo in cambio la sicurezza di un salario. È uno scambio razionale tra potere e sicurezza. Alla luce di questo scambio esiste un’incongruenza tra l’essere sottoposti a ordini e l’essere costretti ad assumere rischi. Soltanto in una situazione estrema – quella del militare in guerra o simili – uno può subire l’ordine di correre un rischio. Ma non in condizioni di vita normale. Se si condividono queste premesse, una società che chieda alle persone di correre dei rischi, per essere «giusta» deve garantire ad esse la libertà di assumerli . Se c’è rischio, in altre parole, occorre che le persone siano più libere di decidere se assumerlo oppure no. La protezione nella società del rischio, dunque, non è (solo) liberare le persone dalle situazioni di bisogno ma (anche) rendere le persone egualmente libere di scegliere; non solo “libertà da”, ma anche “libertà di” (progettare, dire di no, contare nelle decisioni, negoziare). Quindi se il problema dell’esclusione pone politicamente di fronte al problema dell’eguaglianza della protezione dal bisogno, il problema della vulnerabilità pone politicamente anche di fronte al problema della protezione della eguaglianza della libertà, quindi del potenziamento della libertà personale (delle possibilità e capacità di scelta personale). Questo vuol dire guardare alle risorse erogate dal welfare da diversi punti di vista” (Negri. N., 2006)

Alla luce di questa analisi è possibile concludere che la precarietà e l’incertezza del lavoro pongono certamente problemi di reddito che oggi rischia di diminuire o di farsi discontinuo e di conseguenza andrebbe tutelato, ma occorre anche tutelare la possibilità delle persone di muoversi sul mercato del lavoro conciliando tempo di lavoro e “tempo di riproduzione”, senza che siano costrette ad accettare solo “cattivi lavori”.
A mio modo di vedere, affrontare il problema della vulnerabilità sociale vuol dire, dunque, garantire alle persone la possibilità di fare progetti, di essere riconosciute e accettate per quanto si sta progettando, e avere la libertà di poterli perseguire.

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